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Saúl Ñíguez si racconta, dall’Olimpo al baratro

Saúl Ñíguez ha rilasciato un’intervista al portale spagnolo ABC nel corso della quale ha ripercorso la sua carriera, ponendo in particolare l’accento sulla salute mentale dei calciatori. A 25 anni sulla cresta dell’onda, il centrocampista spagnolo ha poi vissuto periodi difficili, venendo accompagnato alla porta dall’Atletico Madrid. Adesso al Flamengo ha ritrovato il sorriso.

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Le parole di Saul nell’intervista sulla salute mentale dei calciatori

“Volevo diventare un simbolo dell’Atlético come Koke, è finita che mi hanno messo alla porta. Si è trattato di un lungo problema mentale: smetti di divertirti e perdi quel tocco magico. Non hai più quello che ti distingue dagli altri, quell’entusiasmo, quella passione. Fino a 25 anni, pensavo di essere Maradona, poi non so cosa sia successo nella mia testa, ma ho iniziato ad avere problemi, ho smesso di divertirmi e il mio destino è cambiato”. Problemi che hanno seguito il “Gerrard di Spagna”, la cui valutazione era arrivata a toccare i 90 milioni di euro. “Non mi divertivo più anche perché mi spostavano da una posizione all’altra, aumentando la pressione su di me. Un giorno il commissario tecnico della Nazionale mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Se giochi in quella posizione, non ti convocherò’. Così inizi a vedere cose, a perdere sicurezze. Bam, bam, bam. Non avevo la forza per cambiare mentalità e tornare al mio livello”.

Sul cambio ruolo

“Non ho accettato il cambio di ruolo. Non l’ho gestito bene, perché non mi divertivo. Loro pretendevano gli stessi standard da me, ma nella mia testa non c’era verso. E questo dialogo interiore negativo ha causato un calo significativo delle mie prestazioni. Quando il Cholo mi ha detto che non contava più su di me, credo sia rimasto sorpreso: invece di incolparlo, l’ho semplicemente ringraziato per l’opportunità e per la sua onestà. Perché in fin dei conti, capisco che se un giocatore non rende al meglio all’Atlético Madrid, deve andarsene, che sia cresciuto nel settore giovanile o meno. Punto. L’ho ringraziato per avermi permesso di realizzare il mio sogno e, in un certo senso, ti senti in debito con lui per non aver continuato a dare il 100% al club della tua vita. Volevo farlo, ma a causa del mio stato mentale, non sono riuscito a mantenere quel livello”.

Le accuse social

Dopo 427 presenze con la maglia dei colchoneros è stato poi messo alla porta. Sui social, allora, è partita subito la gogna mediatica, accompagnata da accuse di essere un mercenario, di giocare male a causa di un presunto ridimensionamento del contratto mal digerito. Voci che hanno profondamente ferito l’ex numero 8 del Cholo, che a tal proposito afferma: “Una bugia fra le tante. Quando mi hanno detto di andarmene, semplicemente me ne sono andato. Non voglio trovarmi in un posto dove non sono desiderato e non vorrò mai essere un problema per l’Atlético: mi dispiace non essere stato ancora lì ad aiutarli, oggi, nella cavalcata di questa Champions League”.

L’importanza della salute mentale per i calciatori

Dopo, la fuga dalla Spagna e l’approdo al Flamengo, in Brasile, dove sembra aver ritrovato la serenità perduta. Alla base della rinascita il lavoro: “Lavoro con un preparatore atletico e uno psicologo da quando avevo 18 anni. C’è una frase che mi disse durante un periodo buio e che mi è piaciuta molto: ‘Sono molto più orgoglioso di te ora di quando avevi 23 anni e hai segnato quel gol fantastico contro il Bayern, perché hai imparato a gestire tutto molto meglio’. All’epoca, non affrontavo bene i momenti difficili: se giocavo male, non uscivo di casa. Mi assumo la responsabilità delle mie prestazioni in campo, ma ci sono molte situazioni che non dipendono completamente dal giocatore, e in quei casi non ho avuto il supporto o la vicinanza del mio ambiente calcistico”.

di Roberto Scicolone

Saúl Ñíguez si racconta, dall’Olimpo al baratro